D. LGS 231/01


L’applicazione del Modello 231 in IAL Emilia Romagna

Il “Modello di organizzazione, gestione e controllo” di IAL Emilia Romagna S.r.l. è stato redatto in attuazione dei dettami di cui agli artt. 6 e 7 del D. Lgs. 231 del 2001 ed è adottato dalla Società con delibera del Consiglio di Amministrazione del 23 Marzo 2013 e sarà efficacemente attuato attraverso la sua progressiva implementazione da parte del Consiglio di Amministrazione medesimo e dell’Organismo di Vigilanza.

Il “Modello” rappresenta il riferimento gestionale diretto atto a costituire lo strumento predisposto ai fini della prevenzione degli illeciti penali previsti dal Decreto citato, in ossequio alla politica di etica aziendale adottata dalla Società.

Il D.lgs 231/01 attuativo dell’art. 11 della Legge 29 settembre 2000, n°300, ha introdotto nel nostro ordinamento, in aggiunta alla responsabilità penale della persona fisica che materialmente commette il “reato”, la responsabilità penale dell’ente di appartenenza che ne ha tratto interesse e/o vantaggio. In conformità agli obblighi internazionali e comunitari, il Decreto in esame ha introdotto nel nostro ordinamento una forma di responsabilità diretta e autonoma degli enti collettivi, collegata alla commissione di specifici reati; responsabilità definita “amministrativa”, ma nella sostanza configurabile come una vera e propria forma di responsabilità penale.

I soggetti alla cui azione criminosa il Decreto associa l’insorgere della responsabilità in capo all’ente, devono essere legati alla Società da un rapporto funzionale di dipendenza di diritto o di fatto. In particolare l’art. 5 del D.Lgs. 231/2001 individua:

  • i soggetti che rivestono funzioni di rappresentanza, amministrazione, direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa, dotata di autonomia finanziaria funzionale, cosiddetti “apicali”;
  • i soggetti sottoposti alla direzione o alla vigilanza di rappresentanti e apicali;
  • i soggetti che esercitano di fatto la gestione e il controllo dell’ente.

Il legislatore ha conferito specifico rilievo anche alle situazioni “di fatto”, cioè a quelle situazioni in cui i poteri necessari per agire in autonomia non sono immediatamente desumibili dal ruolo ricoperto nell’ambito della struttura organizzativa o da documentazione ufficiale (deleghe, procure, ecc).

L’art. 6 del Decreto dispone che, nel caso in cui il reato sia stato commesso da soggetti in posizione apicale, la Società non risponde se prova che:

  1. l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione, gestione e controllo idonei a prevenire i reati oggetto del Decreto;
  2. il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli, di curare il loro aggiornamento è stato affidato ad un “organismo” dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo;
  3. le persone hanno commesso il reato eludendo fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione;
  4. non vi sia stata omessa o insufficiente vigilanza da parte dell’organismo.

L’art. 7 dispone che l’ente è responsabile se la commissione del reato da parte di un soggetto sottoposto all’altrui direzione è stata resa possibile dall’inosservanza degli obblighi di direzione e vigilanza; obblighi che si riterranno assolti (salvo prova contraria che dovrà fornire la Pubblica Accusa) se l’ente ha adottato efficacemente il modello di prevenzione. Perché possa configurarsi la responsabilità in capo alla Società è inoltre necessario che la condotta illecita ipotizzata sia stata posta in essere dai soggetti individuati “nell’interesse o a vantaggio della Società”, escludendola invece espressamente nel caso in cui il reato sia stato commesso “nell’interesse esclusivo proprio o di terzi”.

La giurisprudenza ha poi sottolineato che la responsabilità prevista in capo all’ente dal D.Lgs. 231/2001 discende da una “colpa nell’organizzazione” della persona giuridica (ex plurimis,  Cass. pen. Sez. VI, 18-02-2010 – 16-07-2010, n. 27735).

L’efficacia “esimente” dei modelli di organizzazione e di gestione è subordinata alla loro antecedente adozione rispetto alla commissione del reato.

Adottati dopo la commissione del fatto criminoso, possono determinare una riduzione della sanzione ed evitare la comminazione di sanzioni cautelari in via interdittiva.

Se adottati dopo la condanna congiuntamente al risarcimento del danno e alla restituzione dell’illecito profitto, possono determinare la conversione della sanzione interdittiva eventualmente irrogata, in sanzione pecuniaria.

La Corte di Cassazione ha più volte ribadito (per tutte Sentenza n. 36083/2009) che l’assenza del Modello Organizzativo impedisce – di fatto – qualsiasi difesa dell’Ente a fronte di contestazioni di reato presupposto.

Perché i modelli siano efficaci – e giudicati idonei allo scopo – devono rispondere concretamente alle seguenti esigenze:

  • individuare le aree di rischio nel cui ambito possono essere commessi i reati;
  • prevedere dei protocolli/procedure idonei ad attuare le decisioni dell’ente in relazione ai reati da prevenire;
  • individuare le modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee a impedire la commissione dei reati;
  • prevedere gli obblighi di informazione nei confronti dell’Organismo di Vigilanza;
  • introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate.

Il Modello deve inoltre prevedere, tra gli altri, gli elementi atti ad individuare le risorse finanziarie idonee a prevenire ed impedire la commissione dei reati.